ERBA D'IMAGNA

Anno:
1980
Durata: 32 min
Copyright: Alberto Cima

Regia: Alberto Cima
Soggetto, fotografia, montaggio: Alberto Cima

Suono:
Presa diretta

Interpreti:
Battista Invernizzi, Virginia Locatelli, Erminio Manzoni, Marino Rota, Ester e Battista Mazzoleni, Caterina Vanotti, Rocco Mazzoleni, Maria Canella, Carlo Locatelli, Gioacomino e Giuseppe Cardinetti, Giovanni Dolci, Bernardo Zanella, Giovanni Gustinetti, Giovanni Todeschini.

Canti: Sorelle Frosio e Giovanni Todeschini

Poesie: Umberto Mazzoleni

Produzione: Sistema Bibliotecario Comprensoriale di Sant'Omobono


Trama:

Prodotto nel 1979/80 dal Sistema bibliotecario comprensoriale di Valle Imagna e realizzato in pellicola 16 mm, acquisito dall'Assessorato alla cultura della Regione Lombardia e trasmesso nel 1982 da Rai3, Erba d'Imagna è un delicato e realistico affresco della gente d'Imagna. Affiorano i connotati più forti della realtà valligiana nei vecchi, duri e resistenti, temprati dalla fatica, ciascuno chiuso nel suo orticello duramente conquistato. l vero, appunto. uomini – come fili d'erba – generati e trattenuti nella loro terra

Critica:

Luciano Spiazzi
El ma mai picàt
Cima non dimostra, indaga, propone. La macchina da presa si pone fronte a fronte alle vicende autenticamente vissute. A tanti incontri Cima s'è piegato con l'umiltà paziente di chi solleva con discrezione il velo degli anni e dei dolori e delle fatiche. Il vero, appunto.
Cima, a nostro avviso, offre con questo film una prova di maturità che ha spazzato via gli orpelli. Secco, preciso, attento senza mai prevaricare. Una visione laica della vita, al cui fondo non si può ignorare mai la nenia virile e malinconica del nascere e del morire.

Alberto Pesce
Una valle così vecchia, così viva
Più in profondo, Cima è riuscito a incastrare a chiasmo la ricchezza dell'anima quale viene dalle contemplazioni della natura e la povertà della carne quale è suggerita da fatiche e dolori di un'esistenza povera, difficile, dove tutto, nascita e morte, lavoro e riposo, cade liturgico, scandito secondo il ritmo delle stagioni. E dall'incrocio ne sono venuti netti i contrafforti tematici (magari anche con una punta amaramente polemica) da una parte la ricchezza della carne che si fa benessere e dall'altra la povertà dell'anima che emargina e immeschinisce in un'ignoranza autarchica, in un mondo immobile e piccolo senza socievolezze e ricambi. Cima ha linearmente evocato, con ritratti forti, una realtà che lo affascina e lo offende, e che riesce a rendere nonostante contraddizioni apparenti. Egli non decora il secolare destino di povertà e solitudine, lo guarda schietto con immagini di essenziale, asciutta sobrietà. Persone. luoghi, case, cose acquistano una dimensione nuova. Soprattutto le persone, colte come per un approccio domestico nei loro gesti abituali, trafilano un tutto unico di singolare efficacia emotiva che invita a riflettere. Sono i temi, l'isolamento, la vecchiaia, l'emarginazione, il degrado ambientale, la nostalgia, che si insinuano problematici nello spettatore, con un senso ammirativo per vecchi ceppi montanari così immobili ma così forti e vivi. Tuttavia è il linguaggio di Cima che li rende adeguati, necessari. Cima ha lasciato slabrare il gusto didascalico delle metafore, la ricerca concettosa delle metonimie, la retorica suggestione delle zoomate, il lambicco formalmente ineccepibile del montaggio ritmico, o meglio li ha assimilati, di quel tanto che gli permette il loro uso con proprietà e compostezza linguistica, con una scelta di inquadrature e di montaggio di estrema sapienza ed efficacia.